Letteratura25 July 2006 14:56

Eravamo d’estate al mare ai Topolini. Avrò avuto 16/17 anni. Si stava lì in tanti, compagni di classe e di scuola. Qualche centinaio di persone. Un gioco molto divertente, secondo solo a buttare le ragazze in acqua di peso e contro la loro volontà, era quello di tuffarsi in acqua facendo più schizzi possibili. Possibilmente verso l’alto e indietro, per bagnare chi si godeva il sole al bordo del bagno pubblico. Io non ero molto capace e quindi non passavo li tempo a schizzare, ma sperimentavamo tuffi di vario tipo. Uno di questi era il tuffo “siluro”. Braccia lungo il corpo, spinta con le gambe e via, un tuffo dove l’acqua è più blu. In uno di questi tentativi, non so come, forse un errore di calcolo sui flussi e riflussi delle onde, forse sfiga, forse solo idiozia adolescenziale, succede il patatrac. Mentre mi immergo nell’acqua, ancora fiero del tuffo, bam. una botta tremenda. Centrato in pieno uno scoglio subacqueo. Emergo e al mio fianco c’è un amico che pensa bene di sbattermi subito sott’acqua. Cerco di fargli di capire che non mi sembra il caso di scherzare e si accorge che qualcosa non va. Sanguino notevolmente. Esco dall’acqua e mi accorgo che mi stanno guardando tutti. Sangue in quantità. Io sento solo una brutta botta, ma non mi rendo nemmeno conto dell’accaduto. Andiamo dal bagnino, che dice: “Punti. Ci vogliono i punti”. Nel giro di qualche minuto arriva l’ambulanza e tra due ali di folla incuriosita mi fanno entrare nel veicolo. Risultato: una notte in ospedale in osservazione, tre punti al naso, là dove la narice destra si attacca al viso, di cui porto i segni ancora adesso. E i miei primi cinque minuti di notorietà.

Letteratura7 July 2006 15:16

Teresa, cara.
E’ il 18 giungo. Domani, come sai, giochiamo la finale, a Parigi. Non sarà facile. Ma noi dobbiamo vincere.Vincere o morire ci hanno detto.
Quelli del Brasile pensavano che fosse già loro, invece li abbiamo mandati a casa. Ci sono rimasti malissimo e non ci hanno dato i biglietti aerei per Parigi, nonostante le richieste del Mister. Tale era la sicurezza di vincere che li avevano già comprati. Invece, due giorni fa a Marsiglia abbiamo dimostrato di essere forti. E loro hanno dimostrato di essere poco umili, lasciando a riposo uno dei loro migliori giocatori. Due a uno per noi.
Ma questo lo sai già. Tutta la squadra è già sul treno e io devo raggiungerli tra poco. Mi hai scritto che domani non ci sarai e la cosa mi rattrista. Mi riscalda il cuore però sapere che comunque vada domani sarà tutto finito e potrò tornare a casa a riabbracciarti.
Ho ancora male al piede sinistro, ma non dovrei avere problemi a giocare. Le scarpe sono dure e fanno male, ma da domani mi preparo a mettere i piedi sulla sabbia della spiaggia. Se vuoi andiamo a Ostia per due settimane. Mi farebbe tanto piacere.
Teresa, ci pensi?, domani ci giochiamo la coppa. Ci saranno almeno 15.000 tifosi italiani venuti per vederci. L’ungheria è forte, non sarà facile. Ma andremo in campo determinati. E so che mi penserai.
Che bel nome ha lo stadio: Colombes. Ci vedremo presto. Ti mando un bacio.
Tuo affezionato
Silvio.

Letteratura 14:27

Certo che a scegliersi un momento e un posto così, sembra tutto molto banale. Far succedere qualcosa di importante proprio l’ultimo dell’anno del 1999 a Barcellona, mygosh, mi pare quanto di più prevedibile si possa immaginare.
Ma a volte reality is better than fiction.
E c’è una foto. Una foto che ho perso. Ma che ricordo benissimo. Chi l’ha scattata non sa di aver realizzato un piccolo miracolo. Ha catturato in un istante la felicità. Felicità che è rimasta in quella foto. In quel momento e in quel posto. E per quanto mi sforzi di ritrovarla, di riviverla o anche semplicemente di dimenticarmene per realizzarla di nuovo, sento che non succederà. Maledetta metropolitana.

Mancherà al massimo un quarto d’ora a mezzanotte. Direzione Plaza Cataluña. L’attesa in metropolitana è snervante perchè rischiamo di non farcela. Siamo in sei. Io, da 4 mesi lì per studio, lei, e altri quattro. Click. Foto. Arriva la metro. E via. Un mare di gente. Ci perdiamo. Ci ritroviamo. E la notte scorre via fino all’alba. Vivere il momento migliore e non rendersene conto.

Cronaca 14:13

Era il 9 novembre. Molte le aspettative. Entusiasmo.

7 luglio. Tutto cambia, nulla cambia.

Mi continuo a stupire di come solo pensando al passato riesco a fare qualcosa per il futuro. Altrimenti è come contare i secondi che passano, che scivolano via dalle dita, come sabbia.

Letteratura9 November 2005 2:13

Non riusciva a dormire. Strano. I 45 minuti di corsa e la giornata impgnativa erano un ottimo biglietto da visita per un sonno profondo e ristoratore. Non era la prima notte, non sarebbe stata l’ultima. La sensazione era straniante, pensava, perchè fino a un minuto prima di mettersi a letto, stando disteso sul divano, sapeva che da lì a poco sarebbe crollato. Gambe dure e testa piena. Immagini sullo schermo, parole vuote e dibattiti sterili da terza serata. Nemmeno la forza per un porno satellitare. E quindi un sorso di latte, un’occhiata allo specchio e a dormire. Illuso.

«Dai che domani il lavoro sarà tanto e devi essere lucido».

Tutto inutile. Come un tarlo, il solito flusso di pensieri si insinuava nella mente. Inarrestabile, continuo. Eppure frammentario, contorto. Decisamente illogico. Filo conduttore: le opportunità non colte.

«Dai, sono le 00:07, se dormi subito domani sei bello fresco»

Dissolvenza incrociata

1992. Seconda superiore, gita scolastica. Improbabile meta una desolante Rimini tardo invernale, Ravenna e San Marino sotto la neve, con tanto di tour al museo Ferrari. Due giorni, quindi solo una notte in trasferta, la prima di una vita. La Notte. Potete immaginare le aspettative. Almeno un po’ di movimento, un po di alcool, e poi, vabbè, non sognamo troppo.

Fino a ora esperienze quasi zero. Stile assente, capacità di approcio nulla. Qualche giorno prima di partire scopro di essere oggetto di gossip. All’inizio le notizie sono frammentarie e, per quello che posso capire, del tutto inattendibili. Ma col passare dei giorni e l’avvicinarsi alla data di partenza le voci si fanno più fondate. C’è una scommessa in ballo e io ne sono l’oggetto. 4 mie compagne di classe hanno scommesso tra di loro: vince chi per prima riesce a limonarmi. a baciarmi. con la lingua. non so se mi spiego.

Su 4, 3 sono più grandi di me, ripetenti navigate. 1 decisamente inguardabile, poverina. La seconda non bella di certo, ma con l’aggravante di portare troppo spesso una specie di giacca da abito a quadretti con le spelline di gommapiuma. Primi anni ‘90, baby. La terza carina, già oggetto di fantasie nei mesi precedenti, aggressiva al punto giusto per stuzzicare gli appetiti di un giovane alle prime, primissime armi. Categoria a cui appartengo di diritto.

L’unica coetanea è invece prioprio bella. La sua fama ha attraversato velocemente i confini della classe e a scuola è abbastanza conosciuta. E il fatto che partecipi alla scommessa è davvero incredibile. Naturalmente sulla carta parte vincitrice. Bellezza ancora acerba, molto mediterranea, sensuale. Carattere indipendente e grintoso.

Queste le premesse. Ora, devo specificare che questa storia della scommessa io la so per vie traverse, in maniera assolutamente non ufficiale. Le fonti restano anonime. Quindi pur essendo plausibile, non ci credo più di tanto.

L’aspetto educativo della gità è gestito in maniera inbarazzante dai tre professori, evidentemente impreparati. L’unico che dimostra una qualche competenza è lo storico dell’arte che illustra a un branco di somari le qualità di Sant’Apollinare in Classe. Almeno, mi pare sia quello l’oggetto della visita. L’aspettativa per la sera comincia a offuscarmi la mente. Non credo di sentirmi tanto bene.

Nel tardo pomeriggio veniamo sistemati in uno spettrale hotel riminese. Siamo gli unici ospiti. D’altra parte mi risulta che febbraio e Rimini non abbiano molte cose in comune. Scendendo dal pullman cominciano a apparire, e a essere sequestrate immediatamente, le prime bottiglie di superalcolici. Ma i giovani trasgressivi sono organizzati e non si fanno intimidire. Io invece non mi sono organizzato per nulla. Tanto lo so che è già tutto pronto per me. Cazzo, non sto bene per niente.

Assegnazione stanze, cena e socializzazione nella hall dell’albergo. Tutto bene. Tranne me che comincio davvero a sentirmi male. Mi assale il dubbio: ansia da prestazione o febbre da cavallo.

A distrarmi ci pensa la più carina della quattro giocatrici d’azzardo. Sul finire della situazione comune, si presenta in pigiama. Pigiama-di-flanella-azzurro. Antisexy da morire. Ma quando decide di sedersi dietro di me, stringendomi mi pare di andare in fiamme. Cazzo, quelli che sonto pigiare sulla schiena sono i suoi seni. Ha vinto. Ho vinto. E lo fa con una naturalezza, in mezzo a tutti. Sono decisamente imbarazzato, ma nessuno sembra accorgersi di nulla.

Ci trasferiamo nelle camere. Sono invitato nella camera delle quattro ragazze. Chiacchieriamo un po’. Decido saggiamante di andare in cameranostra a farmi dare da bere dai miei compagni organizzati. Ovviamente mi impongono di restare lì qualche minuto a bere con loro. Accetto di buon grado.

Al terzo sorso qualcuno sta facendo ruotare la stanza. Perchè io sono immobile, ma tutto si muove. Chiudo gli occhi. Li riapro un attimo più tardi, ma la luce è spenta e c’è silenzio, come mai. In in sussulto riesco a infilare la porta del bagno e abbracciare il water come un vecchio amico. Realizzo che propabilmente e passato molto tempo e tutti sono a dormire.
Ma non realizzo nient’altro.

Il giorno dopo 39 di febbre e tonsillite acuta.
Le quattro non mi rivolgono la parola per tutto il giorno.
Hanno perso.
Ho perso.

dissolvenza incrociata

«Porco cane, le 02:54»

Ancora una volta. Ore di sonno perse a ricordare. E rivivere. Ogni volta aggiungeva dettagli, particolari a vicende avvenute più di mezza vita fa. In un viaggio a ritoso che talvolta lo riportava fino all’asilo. E sempre questo senso di impotenza, questo desiderio di poter essere di nuovo lì, aggiustare le cose, uscirne vincitore alla luce di quel poco di esperienza che ha alla luce dei suoi quasi trentanni.

«Col cazzo che me ne stavo con i miei compagnucci. Mi prendevo due aspirine nel pomeriggio. Poi la sera mi procuravo una bottiglia, con doppia funzione: per l’alocool e per il gioco. E le facevo vincere tutte, le quattro. Per carità, niente sesso, non esageriamo. Ma un po’ di lingua, santo dio, sì.»

E continava a immaginare se la sua vita ora, tre lustri dopo, sarebbe stata diversa, se fosse stato in grado di addormentarsi serenamente, invece di sognare a occhi aperti.

Critica televisiva8 November 2005 23:25

Dorme poco ultimamente. Allora scrive. Appunti, idee. Poca fantasia, molta autobiografia.

«Se fossi amico di Johnny Deep come prima cosa gli chiedere come andava a finire 21 Jump Street. La programmazione di Italia 1 all’epoca era molto imprecisa e credo proprio di essermi perso molti episodi finali. Allora non c’era il concetto di “stagione”. Johnny cominciava a avere successo ed era uscito dalla serie. Ma forse nell’episodio finale partecipava alla reunion. Credo proprio che saremmo ottimi amici, io e Johnny.»